Analisi breve per capire come la finanza estrapola ricchezza dalla società (e come difendersi da essa) 0
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Analisi breve per capire come la finanza estrapola ricchezza dalla società (e come difendersi da essa)

Diverse persone, dopo aver letto i miei libri (Pecore da tosare, E io non pago! ed Euroballe) e articoli (www.andreabizzocchi.it), mi hanno scritto dandomi della Cassandra. La cosa mi dispiace sinceramente, perché significa che non hanno davvero capito nulla delle motivazioni per cui scrivo ciò che scrivo: e cioè cercare di aprire quanti più occhi possibile ed eventualmente offrire spunti per difendersi. A seguire dunque una breve analisi per illustrare la situazione in cui siamo (e soprattutto perché ci siamo) e quali possibili strade abbiamo davanti a noi per provare a difenderci.

In un mondo che ha mercificato tutto, per vivere abbiamo bisogno di denaro. Ne consegue che le nostre vite sono dipendenti e controllate da chi il denaro lo emette e lo gestisce. E fin qui siamo tutti d’accordo. Le soluzioni sarebbero dunque due: la prima è non dipendere o comunque dipendere meno dal denaro (cosa che un numero crescente di persone sta già facendo, anche se giornali e telegiornali si guardano bene dal fare quello che dovrebbe essere il loro lavoro: informare), la seconda è provare a non subirlo e anzi cercare, per quanto possibile, di gestirlo. Il problema, in entrambi i casi, è che i grandi manovratori con la loro corte di vassalli a ruota non si fa estromettere tanto facilmente. Questo per dire che a mio modo di vedere non è possibile trovare soluzioni “mondiali” (e nemmeno nazionali), ma solo personali e a livello di piccola comunità. Il punto di partenza siamo dunque noi stessi e coloro che ci sono vicini e con i quali dobbiamo (ri)costruire, prima di tutto, relazioni. In altre parole attrezzarci in piccole isole di salvezza, e poiché queste isole sono circondate da immondizia (in tutti i sensi), più isole si riesce a creare più speranze ci sono per tutti.

Fatta salva questa promessa su cui torneremo più avanti, cerchiamo di avere chiaro in mente chi è il nemico comune che sta affossando le popolazioni e il pianeta intero. Il grande nemico con cui ci confrontiamo oggi è l’oligarchia finanziaria, che mette in atto quello che possiamo definire capitalismo finanziario. Tra capitalismo classico e capitalismo finanziario ci sono ovviamente differenze sostanziali ma le logiche di fondo che muovono entrambi sono le stesse. Partiamo con il capitalismo classico. Il capitalismo della crescita economica industriale e dei servizi che abbiamo conosciuto fino a oggi (e che ancora si continua ad invocare per uscire dalla “crisi”, dimostrando così di non aver capito un benemerito nulla del perché della “crisi”) non è altro che un meccanismo di arricchimento basato sulla produzione di “valore” sfruttando il lavoro umano (cioè la nostra schiavitù) e le cosiddette risorse naturali (cioè devastazione ambientale e inquinamento perpetuo. Non esiste più un angolo del pianeta che non sia inquinato). Quello che chiamo capitalismo finanziario, invece, che dell’economia produttiva e dei servizi rappresenta la naturale evoluzione, si è inventato qualcosa di più rapido e semplice per accaparrarsi risorse, arricchimento e potere: se stesso. Ciò che fa la finanza è in essenza di una semplicità estrema, così estrema da non riuscire a crederci. La finanza infatti estrapola “ricchezza” dalla società. In altre parole, ruba alla società (così come la società ruba alla natura e agli uomini costretti a lavorare per arricchire il capitalismo). C’è una differenza sostanziale con l’economia pre-capitalista. Prima si lavorava per vivere, adesso per arricchire il capitalista.
Se il vecchio capitalismo aveva infatti l’obiettivo di “produrre valore”, la finanza ha l’obiettivo di “estrarre valore”. Entrambi rubano dunque, solo che lo fanno in tempi e soprattutto modi diversi. Quindi se le conseguenze (e anche precondizioni) del capitalismo produttivo sono sfruttamento e schiavitù degli umani nonché sfruttamento e devastazione ambientale, il capitalismo finanziario fa, per via indiretta, esattamente la stessa cosa, elevandola però all’ennesima potenza e per giunta in tempi molto più rapidi. Difatti se il capitalismo produttivo ha sottomesso i popoli del terzo mondo in qualche decennio, quello finanziario ha impiegato pochissimi anni a mettere in ginocchio una buona fette delle “ricche” popolazioni occidentali. Insomma, la finanza è un modo rapidissimo, non il solo ovviamente, per sottomettere il pianeta al volere e al potere delle oligarchie che lo controllano. Non è chiarissimo? Non basta guardarsi attorno per capirlo?

Il capitalismo finanziario, producendo denaro da denaro (la cosa, per chi abbia mantenuto un minimo di cervello raziocinante, è di una aberrazione unica), si è inventato un meccanismo che le ha permesso di crescere così tanto da raggiungere un valore di venti volte superiore a quello dell’economia reale. Insomma, se il denaro produce denaro da denaro, se ricava denaro da se stesso, se si autorigenera, non può che creare un gigantesco gorgo di indebitamento (unitamente al denaro emesso da banche centrali e grandi istituti bancari). Come se ciò non bastasse la finanza pretende anche che l’economia reale paghi per le sue bolle speculative (create, ça va sans dire, ad arte), bolle che ovviamente l’economia reale non può pagare per una semplice questione di impossibilità matematica: l’economia reale è inferiore. Il rapporto, come detto, è di 1:20 rispetto a quella finanziaria. L’economia reale dunque non ha, nel senso letterale del termine, i soldi per pagare i bluff della finanza. Tutto ciò che l’economia reale (cioè le popolazioni, cioè anche tu che stai leggendo) può fare è pagare temporaneamente i bluff della finanza continuando progressivamente ad indebitarsi sempre più e cedendo progressivamente ricchezza reale. Insomma, prolungando la propria agonia. Come vengono pagati i bluff della finanza? Attraverso le manovre dei governi che per salvare le too big to fail (che adesso sono anche diventate too big to jail) impongono tasse, imposte, privatizzazioni, liberalizzazioni, tagli sociali ecc.

Ma se tutti i paesi, le istituzioni, le aziende, i privati cittadini, sono indebitati, nei confronti di chi lo sono? I media non trattano la questione (del resto i media stanno lì apposta), anche se è ovviamente campale. Io passo per complottista provocatore, ma non sono affatto un complottista e meno ancora mi interessa provocare. Mi piacerebbe però che qualche mente illuminata, soprattutto tra i politici e i grandi esperti di economia che magari si fregiano di qualche master in qualche illustrissima università, anziché rivolgere generiche accuse di complottismo, mi desse una risposta precisa e circostanziata. Fino ad allora, affermerò e cercherò di diffondere quella che è la verità: e cioè che la finanza e tutti i suoi strumenti non sono altro che un’invenzione per estrarre ricchezza dalle popolazioni.

Ma torniamo per un attimo alla crisi: il problema del mondo non è crescere e produrre maggiore ricchezza, ma semmai redistribuirla meglio. Al mondo c’è già uno sproposito di ricchezza. Con tutta la “ricchezza” che c’è al mondo ci si comprano “127” pianeta terra e magari anche qualche universo. A cosa serve crescere se quella ricchezza va poi a finire nelle tasche di qualche multinazionale o di qualche banca o finanziaria? Bisognerebbe che la gente lo capisse e la smettesse di invocare la crescita economica per “uscire dalla crisi”. Non è per questo che siamo in crisi. Il problema è il meccanismo del debito (con cui la finanza ovviamente va a braccetto) che genera povertà estraendo appunto ricchezza dall’economia reale. Ma poiché la crescita economica è introiettata nella psiche comune (a una conferenza fui addirittura accusato di andare “contro natura” perché parlavo di decrescita) grazie al deliberato condizionamento a cui siamo sottoposti 24 ore al giorno, di speranze purtroppo ce ne sono pochine. Ciò che possiamo fare nel frattempo sono le due soluzioni di inizio articolo: non dipendere, o comunque ridurre la nostra dipendenza dal denaro, oppure in qualche modo cercare di non subirlo e magari, per quello che possiamo, gestirlo.

La prima soluzione, quella del vivere senza o con meno denaro diminuendo gradatamente la nostra dipendenza da esso, passa attraverso un processo di evoluzione interiore e spirituale, il che significa in sintesi abbandonare la materia per arrivare a capire che forse non siamo solo materia (chi può dire se siamo materia che vive un’esperienza spirituale o spirito che vive un’esperienza materiale?). Questo cammino non passa né per santoni né per guru di sorta, ma ha a che vedere esclusivamente con una nostra evoluzione interiore. E qui, essendo l’evoluzione interiore, qualcosa di strettamente personale, sono costretto a fermarmi.

L’opzione numero due, che ovviamente non esclude la prima e anzi credo vadano di pari passo, prevede invece di organizzarsi in piccole comunità locali tendenzialmente autarchiche e che puntino all’autosufficienza per quanto riguarda soprattutto i due punti nevralgici della sopravvivenza umana: cibo ed energia. Per fare questo è necessaria una grande consapevolezza e senso della comunità tra i cittadini. E poi, purtroppo, bisogna anche trovare la forza e il coraggio di difenderlo, questo nostro territorio che abitiamo e che ci dovrà dare da vivere. Bisognerà sentire di far parte del territorio che abitiamo così come fanno già oggi i valsusini che difendono la loro terra e che per questo sono disposti alla prigione e forse anche alla vita. Queste comunità locali tendenzialmente autarchiche praticherebbero dunque una economia di sussistenza (che non è affatto una cosa negativa, anzi), la quale, rispetto all’economia globalizzata che viviamo (anzi, subiamo) oggi, ci fornirebbe garanzie ben maggiori di stabilità, autonomia e indipendenza. In queste economie il denaro utilizzato tornerebbe alla sua funzione originaria di mezzo di scambio e misura di valore e sarebbe libero da inflazione e da interessi. E la comunità di certo non si indebiterebbe per emetterlo. Non so se chi legge riesce a capire la forza esplosiva di questa cosa. Si rimetterebbe a posto tutto o quasi.

Ma se proprio nessuna di queste due soluzioni è praticabile, allora, in extrema ratio, possiamo provare a metterne in atto una terza, e cioè fregarsene di tutto e lasciare essere ciò che è, cosa che non va intesa in senso egoistico: significa piuttosto vivere con gioia il nostro quotidiano nella certezza assoluta (forse l’unica certezza che abbiamo) che tutto è impermanente e che in fondo noi umani siamo solo una manifestazione di ben poca importanza in questa manifestazione più grande che è la Vita. Ma anche questa visione, a ben vedere, non può che essere frutto di una grossa evoluzione spirituale. Dunque, Shanti.

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