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Il nostro futuro tra democrazie, referendum e debiti pubblici

Di Andrea Bizzocchi

Il referendum in Grecia, e soprattutto ciò che ne è seguito, è servito a qualcosa, e cioè non a rispettare la volontà del popolo greco, bensì a dissipare anche gli ultimissimi dubbi sul fatto che anche quell’unico strumento che, almeno potenzialmente, è davvero democratico non serve assolutamente a nulla. Aprire gli occhi alla realtà fa sempre bene, perché permette di agire di conseguenza. La sostanza che rimane, dunque, è che le democrazie sono letteralmente, veramente, totalmente, dei contenitori vuoti che servono unicamente a legittimare se stesse e gli interessi di chi le manovra. L’unica cosa che conta non è andare a votare, nemmeno per un referendum, ma il suo contrario, e cioè lasciare andare questo sistema con tutte le sue strutture e sovrastrutture, il più possibile. Andare a votare, anche per un referendum di per sé sacrosanto, significa legittimare il sistema, e qui non c’è da legittimare niente, ma anzi da buttare a mare tutto. Ci sarebbe semmai da combattere, ma, poiché anche combattere legittimerebbe il sistema stesso (e soprattutto la sua reazione violenta. Non aspettano altro, non è abbastanza chiaro?), la soluzione più ovvia è cercare di voltargli le spalle il più possibile.

Ma per collegarci con quanto sopra, diciamo due paroline veloci sui debiti pubblici. La questione debiti pubblici può essere riassunta come segue: qualche mese fa, il 15 di febbraio, per la precisione, McKinsey, una megasupersocietà di consulenza finanziaria (un’astrazione totale, così come i debiti pubblici), ha pubblicato un report che certifica che il debito mondiale è aumentato di 57.000 miliardi, con un rapporto globale debito/PIL del 289%. Ora, è evidente a chiunque, certamente a un bambino, forse un po’ meno agli adulti, che siffatto debito non è pagabile. Come può un debito che è quasi 3 volte superiore all’economia reale essere ripagato dagli utili che quella economia reale produce? Non può. E del resto il meccanismo del debito serve proprio a questo, perché, essendo impagabile, si può poi procedere con riforme, smantellamenti vari, privatizzazioni ecc., che sono il fine reale del meccanismo debitorio.

Ci sarebbe anche da aggiungere che la domanda che dovrebbe sorgere spontanea è la seguente: “Chi sono i creditori di questo enorme debito?”. E qui lasciamo perdere.
A questo punto la questione diventa un’altra, e cioè che, poiché il creditore di questo enorme debito è il cartello bancario/finanziario, e poiché questo debito rimane comunque impagabile per tutta la durata della vita dell’universo e anche oltre, la cosa più semplice da fare è non pagarlo. Se non è stato un problema inventare il debito dal nulla, perché deve essere un problema cancellarlo? Se viene dal nulla al nulla deve tornare. Quello è il suo posto. E poiché questa cosa nessuno la dice, nemmeno i più benintenzionati, pare logico pensare che sia la gente stessa a doversi prendere la responsabilità di farlo, boicottando il più possibile tutto ciò che è sistema e smetterla, tra le altre cose, di pagare tasse, imposte, tributi e balzelli vari, che non sono affatto lì per sostenere la cosa pubblica, ma per fare il contrario: distruggerla.

I debiti pubblici, questo meccanismo inventato da chi sta in alto per controllare quelli che stanno in basso, non vanno ripagati e basta. Tutto il resto è solo fumo negli occhi.
C’è un motivo molto concreto dietro a una affermazione del genere, e cioè che l’annullamento dei debiti pubblici non toccherebbe minimamente l’economia reale, ma unicamente quella finanziaria. Toccherebbe in altre parole gli interessi di quel cartello bancario/finanziario che è l’artefice stesso del meccanismo del debito.
Ma poiché quelli che stanno in alto detengono tutto il potere (da quello di emettere moneta alla finanza, dal potere legislativo, attraverso governi e organismi internazionali e trattati vari, ai media, dalla ricerca al controllo delle università; la lista è virtualmente infinita. Stiamo parlando del mondo che ci circonda) ne consegue che la linea dell’azzeramento dei debiti pubblici ha ragionevolmente poche possibilità di passare.
Ordunque, cosa possiamo fare noi nella nostra vita per non sottostare alla spada di Damocle dei debiti e soprattutto reinventarci una Vita degna di essere vissuta? L’unica cosa da fare è tentare di ricostruire dal basso, recuperando una sovranità e una autogestione soprattutto relativamente alle questioni immediate della Vita (cibo, energia e poco altro, anche perché di tutto il ciarpame che abbonda in questo mondo non sentiamo alcun bisogno e anzi vogliamo liberarcene). Non è una cosa brutta o una sconfitta, ma piuttosto un nuovo cammino da percorrere con gioia e entusiasmo al di là delle immani difficoltà che può presentare.

In questa ottica bisogna anche mettere in prima linea l’opportunità di lasciare andare il denaro e le paure assortite che esso porta con sé. Ci sono poi le soluzioni fantasiose che non sono separate dalle altre, ma anzi ci vanno a braccetto. Ad esempio, come suggeriva qualcuno proprio pochi giorni fa in un commento a un articolo sul “futuro”, possiamo dormire di più, conseguentemente consumare meno energie e mangiare meno, dunque ammalarci anche meno e vivere in generale più rilassati, sereni e adesso. Sono queste le ricette per un futuro debt free. Altroché riforme.

 

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