Un saggio sufi, che conduceva una vita semplice e meditativa, ricevette la visita di un gruppo di pellegrini.
"Vogliamo risolvere i nostri problemi esistenziali ed essere felici!", dissero. Ma erano talmente litigiosi e indisciplinati che ognuno voleva parlare per primo.
"Il mio problema è più importante del tuo!", incalzò uno.
"Macché, il carico di infelicità che mi porto sulle spalle è maggiore del tuo!", sbottò un altro. E così via finché non ne nacquero alterchi e una gran confusione.
"Ora basta! Silenzio!", urlò il saggio. "Sedetevi in cerchio e aspettate il mio ritorno". Intimoriti, fecero come era stato ordinato. Dopo poco, il saggio tornò e distribuì a ciascuno carta e penna. In mezzo al cerchio sistemò una piccola cesta di bambù.
"Ora scrivete sul foglio di carta il problema più importante che vi assilla. Poi, piegate il foglietto, e mettetelo nella cesta!", Quando l’ultimo foglietto si trovò nella cesta, il saggio iniziò a mescolarli e, con tranquillità, disse: "Ora passatevi la cesta. Ciascuno scelga a caso un foglietto. Letto il problema, se lo ritiene meno assillante di quello attuale, lo faccia proprio. Altrimenti torni al proprio fardello d’infelicità e rimetta il foglietto nella cesta".
Ciascuno, leggendo i problemi degli altri, rimase terrorizzato. "È meglio tenersi il proprio problema, almeno le mie sofferenze mi sono familiari", pensò ognuno. Così, ben presto, giunsero alla conclusione che il loro peggior problema non era poi così insopportabile quanto il problema di un’altra persona. Perché addossarsi nuove tristezze?
"E pensare che avevamo creduto che tutti gli altri fossero più felici e solo noi non lo fossimo", disse il gruppo. In pochi istanti, tutti rimisero il foglietto nella cesta. E furono talmente felici di riprendersi la propria infelicità, che a ognuno gli si stampò un sorriso sulle labbra. Così, colmi di gratitudine, ringraziarono il saggio sufi e si congedarono.
La preghiera è una comunione dell’umano con il divino. Che la nostra preghiera nasca dall’amore, dalla gratitudine e dall’ispirazione, oppure dalla paura, dallo sconforto e dalla disperazione, parliamo da cuore a cuore con lo spirito divino. Nella preghiera mettiamo a tacere tutte le voci che parlano nella nostra testa spiegandoci perché qualcosa è impossibile, e apriamo un canale diretto con la nostra fede. Quando preghiamo usiamo la voce umana, ma ci allineiamo con la voce del nostro cuore e del nostro spirito, ed è questo che rende la preghiera potente.
Una volta un filosofo andò da un maestro zen e gli domandò: “Qual è la via?”. Il maestro guardò le colline davanti a lui e rispose: “Queste colline sono molto belle!”. Deluso e frustrato, il filosofo se ne andò e il maestro scoppiò in una grande risata.
Dall’altro lato dell’equazione genitori-figli, dobbiamo essere svegli nella consapevolezza del potere che esercitiamo sui nostri figli. Conoscendo questo potere, è necessario essere vigili sulle nostre scelte genitoriali. È di vitale importanza che, da genitori, offriamo dei rinforzi positivi ai nostri figli ogni giorno: diciamo loro che sono fantastici, che hanno qualcosa di prezioso da dare, che sono gli attori – e i registi – della propria vita. Tutto comincia in famiglia.
Il “canto della notte” Navajo, con la sua cosmogonia, affascina a causa degli elementi simbolici e dei pregi artistici presenti nei suoi versi. Scopo della preghiera è la creazione rinnovata del concetto di salute, armonia e bellezza. Il termine Navajo “Hózhó”, di solito tradotto letteralmente come “bellezza”, significa molto di più: benedizione, realizzazione, appagamento, felicità. In una parola, insomma, significa tutto ciò che è bello, buono e ciò che è bene; anche il fatto di essere conglobato all’interno di un universo intatto.
Riguardo all'autore del Tao Te Ching, Lao-tse, non c’è praticamente nulla che si possa dire. Quello che resta di lui è il suo libro: il classico manuale sull’arte di vivere, scritto in uno stile di sorprendente chiarezza, radiante di umorismo e di grazia e di buon cuore e profonda saggezza: una delle meraviglie del mondo.
Alle persone di tutto il mondo
Per favore mandate le vostre preghiere di amore e gratitudine all'acqua della centrale nucleare di Fukushima, in Giappone! Dopo il devastante terremoto di magnitudo...
Prima dell’arrivo di coloni e missionari, in America esistevano centinaia di tribù, clan e popoli dalle credenze e dai costumi più svariati. Anche se le loro culture erano differenti, tutte le loro forme di spiritualità erano radicate nell’animismo: credevano che l’universo fosse popolato da spiriti che animavano ogni forma di vita naturale, piante, animali, uomini, e anche terra e acqua. Ogni cosa era abitata dalla divinità. La cultura nativa americana è sopravvissuta attraverso i secoli agli spostamenti e all’assimilazione, e in questo periodo le loro storie e i loro miti sono state tramandati oralmente di generazione in generazione, rifiutandosi di morire. Questi racconti ci tramandano ancora oggi un messaggio comune e senza tempo di pace e armonia con la natura (che appare come un tema attualissimo) e sono una testimonianza della forza vitale che sta dietro ogni identità spirituale: mantenendo viva la cultura nativa americana possiamo continuare a imparare qualcosa sul mondo in cui viviamo.
Nel 1943, Jean Dunn raccolse una serie di risposte date da Ananda Moyi Ma ai suoi discepoli e a chi veniva a interrogarla. Ecco ciò che disse a proposito del tendere dell'uomo verso il divino.
Nel 1947 la salute di Ramana Maharshi cominciò a deteriorarsi. Quando i medici gli suggerirono di amputare il braccio al di sopra di un tumore canceroso, Ramana rispose con un sorriso:
“Non c’è bisogno di allarmarsi. Il corpo stesso è una malattia. Che abbia la sua fine naturale. Perché mutilarlo? Un semplice bendaggio sulla parte malata sarà sufficiente”.