Intervista a Daniele Garella, autore di "Jordan Viach il Cataro".
Cosa significa per te potersi esprimere come musicista e come scrittore? Quali le differenze e le similarità?
Studiando la Storia della musica e la Storia della letteratura mi sono accorto subito di quanto queste due forme d'arte siano strettamente connesse: libretti d'opera, madrigali, sacre rappresentazioni, arte trobadorica, teatro musicale di corte, oratori, cantate… e scendendo ancora più indietro nel tempo si arriva al teatro greco del V secolo a. C.. Esiste quindi un legame millenario tra musicista e scrittore, tra musica e poesia, tra canto e letteratura, presente non solo in Europa, ma in tutti paesi del mondo. Musica e parola sono strettamente legate, anche se per me si differenziano nella rappresentazione dell'esistenza, dal momento che utilizzano tecniche differenti e attivano in noi dinamiche diverse. Mi spiego: il suono, oltre che essere un linguaggio universale, possiede anche un'immediatezza che la letteratura non ha; il suono crea nell'essere umano delle risposte istantanee e lo fa attraverso gli strumenti musicali, che mettono in azione i nostri canali di percezione. Le percussioni, ad esempio, mettono in risonanza il corpo fisico, la muscolatura in particolare; i violini e in genere gli strumenti ad arco aprono la via del cuore e delle emozioni (così anche l'arpa e la voce umana); i flauti, l'oboe e gli strumenti a fiato lavorano sulla parte intellettuale, sul pensiero. In pochi attimi la musica è capace di mettere in risonanza un essere umano (oppure un luogo fisico, come una stanza), trasformandolo con la sua propria energia: la Musica, come ben sapevano i Greci, che la utilizzavano per curare, può portare allegria, positività, ma anche melanconia, distruttività, angoscia. E' incredibile quanto, in pochi attimi, possa influenzare l'uomo; anche per questo suo immenso potere condizionante, ogni essere umano dovrebbe ricevere un'accurata educazione musicale, divenendo attivo davanti alla musica, in maniera da poter scegliere ciò che è per lui necessario o, al contrario, sbagliato ascoltare. Talvolta infatti è bene anche sapersi difendere dalla musica, così come ci si difende da una persona che ci rivolge frasi malevole o che impreca: la musica può essere volgare, negativa e un uomo che vi si espone per ore subisce senza rendersene conto un significativo danno a livello inconscio. Anche la parola possiede questa capacità di condizionare, ma l'essere umano è più avvezzo a comprendere il linguaggio e a difendersi (a meno che non si trovi davanti a qualche moderno sofista, a qualche abile imbonitore… ne conosciamo molti…). Anche la letteratura, quando si fa poesia, fa "volare" l'essere umano, ma il processo che prelude all'innalzamento emotivo è più lento, meno immediato. Personalmente ho avuto la fortuna di poter coltivare questi due linguaggi espressivi sino da bambino e anche i miei studi (una laurea in lettere e due diplomi di conservatorio) e il mio lavoro di docente al Conservatorio di Livorno (dove insegno Storia del rapporto tra musica e letteratura) rappresentano significativamente questo percorso. Comunque, è sempre più importante l'esperienza diretta, la pratica di queste due arti alle quali, quando avevo venti anni, ho aggiunto l'esperienza pittorica (sette anni in un'accademia di pittura steineriana). Tutto questo mi ha mostrato chiaramente come un artista, pur utilizzando mezzi espressivi diversi, quali ad esempio la musica, la letteratura e la pittura, crea sempre un identico messaggio: gli effetti sono differenti, ma il contenuto rimane lo stesso. Per questo sono contento quando mi viene detto che i miei quadri assomigliano alla mia musica e che la mia musica ricrea i paesaggi che descrivo nelle opere letterarie. Ho notato anche che se voglio esprimere un particolare concetto utilizzo la parola, mentre invece se desidero trasmettere un'emozione che non abbia connotati definiti mi rivolgo al mondo del suono. Ad esempio, quando ho scelto la musica per fare una dedica alla terra occitana e ai catari, ero certo che avrei potuto solo trasmettere un'emozione, un sentimento, mentre con la parola e con il mio romanzo Jordan Viach, il Cataro, ho potuto aprire il lettore alla conoscenza di un determinato periodo storico e del suo preciso messaggio, in un modo che la musica non avrebbe mai potuto fare. Il suono tende a liberarmi, a farmi viaggiare su spazi più lievi, la parola invece mi inchioda al dato concreto, materico. Ovviamente entrambe le arti, come tutte le arti in generale, sono comunque un invito al viaggio, alla possibilità di fare i bagagli e partire per una nuova avventura, dove l'esperienza è quella di ricreare il mondo in qualche suo differente e nuovo aspetto.
Perché hai ritenuto valida la forma del romanzo storico?
Il grande successo che hanno oggi i romanzi storici, come anche i film o i documentari che narrano avvenimenti del passato, dimostra secondo me che il lettore o il pubblico desiderano connettersi a qualcosa di più vasto, di più ampio respiro: vogliono confrontarsi con delle realtà un poco più complesse delle solite storie d'amore ambientate dietro l'angolo di casa. L'elemento storico, che dona all'animo umano la possibilità del "ritorno" e del "ripensamento", ci relaziona con qualcosa di dimenticato, di perduto, di misterioso; e questo soprattutto se è approfondito seriamente, magari unito a forme di conoscenza e di saggezza antica che permettono di portare linfa alle nostre radici. In questi anni il romanzo storico si è spesso rivolto alla dimensione religiosa-esoterica, come a voler far luce su episodi occulti e occultati, ricchi comunque di verità e di sorprese. Penso inoltre che attraverso il romanzo storico il lettore possa avere la possibilità, che ne sia conscio o meno, di riconnettersi con le sue passate reincarnazioni. Ho notato spesso come una persona desideri leggere un romanzo storico proprio sulla base dell'epoca e del luogo in cui si svolge, in base quindi alle sue esigenze interiori, alle sue "simpatie": "fatti" e "luoghi" diventano subito propizi per ricontattare se stesso. Credo che la parola "ricontattarsi" si addica perfettamente al viaggio che un buon romanzo storico può donare al lettore. Ho detto "un buon romanzo storico", perché ormai ci sono in vendita dei pessimi prodotti letterari, anche pubblicati da famose case editrici, dove le evidenti inesattezze e gli errori narrativi non si contano e dove, cosa ben peggiore, si cerca di far passare per veri degli eventi mai accaduti. Divulgare il falso storico è per me un'operazione artistica dannosa e di pessimo gusto. La mia scelta di scrivere un romanzo storico, comunque, non è dipesa dal successo che oggi riscuote questa forma narrativa, ma, come detto poc'anzi, semplicemente dal piacere e dalla necessità che ho sentito in me di far conoscere al pubblico, dopo anni di studi approfonditi, un periodo storico affascinante e coinvolgente del quale, almeno in Italia, si era perduta traccia.
E' vero, raramente si parla dei catari, è un mondo quasi sconosciuto in Italia. Leggendo il tuo romanzo, si coglie la bellezza di questo universo, la sua intensità, la sua attualità e anche, per molti, la vicinanza spirituale. Tu ne parli spesso come di "autentico cristianesimo".
Grazie per avermi fatto questa domanda: ho scelto di raccontare dei catari proprio perché pare si sia fatto di tutto, specialmente in Italia, per occultarne persino la memoria, per non far tornare alla luce le atrocità che la sempre santa cattolica e apostolica Chiesa di Roma ha commesso per annientare il messaggio di amore e di spiritualità dei catari. I papi Innocenzo III, Onorio III, Gregorio IX, ad esempio, e un numero davvero sorprendente di vescovi, di frati domenicani, di monaci francesi, con l'appoggio degli eserciti del Nord della Francia, non sono comunque riusciti in questo loro intento nemmeno con due crociate, ossia con trenta anni di guerra e quasi un milione di vittime. Per portare a termine l'opera di sterminio hanno dovuto introdurre il Tribunale dell'Inquisizione, nato proprio là, in Linguadoca, nel 1233 – con spie, delatori, corruzione, torture; un'opera da Gestapo – per mandare i catari al rogo o alla prigione "perpetua", come esigeva la "legge". Poi si è provveduto a distruggerne il ricordo per sempre, tramite un espediente, l'occultamento, che vediamo usato di frequente da chi gestisce Dio con una visione di potere e di profitto: per restare nel XIII secolo abbiamo l'esempio della vita e degli insegnamenti di San Francesco (…di madre francese e catara!), di cui a noi moderni è giunta solo una storia tanto "comoda" e ben infiocchettata dal Vaticano, che anche in questo caso, nel 1268, ha provveduto, con altri roghi (questa volta si tratta solo dei libri scritti dai seguaci "spirituali" di Francesco) a lasciare ai posteri la storia del santo di Assisi che più gli conveniva. Questa è storia, ma nessuno ne sa nulla. Ma, tornando ai catari, anche per loro vale il detto dell'Antigone sofoclea: le leggi scritte nell'aria non possono essere distrutte. E la principale legge dei catari era una legge d'amore, d'amore cristiano, loro che sono stati senza alcun dubbio degli autentici messaggeri degli insegnamenti del Cristo. Loro, che nel violento medioevo del XII secolo, erano vegetariani stretti (veganiani, per la precisione), non violenti (come Ghandi), cristiani che credevano nella reincarnazione, aperti al sacerdozio femminile e sostenitori dell'uguaglianza tra uomo e donna, erboristi, guaritori spirituali, pranoterapeuti, impartivano il battesimo con l'imposizione delle mani (il battesimo di fuoco, come quello degli apostoli; non con l'acqua), esperti conoscitori dei Vangeli, soprattutto di quello di Giovanni, alla cui figura erano molto legati. Quindi troppo "ingombranti" per la Chiesa di Roma, troppo seguiti da ogni strato della popolazione occitana (specialmente dalla nobiltà) che, anche per questo, aveva smesso di pagare la decima al clero locale. Ma il catarismo, perseguitato in Occitania, si è poi diffuso rapidamente in Catalogna e in tutta l'Italia, luoghi dove molti suoi seguaci sono fuggiti: importanti centri catari sono sorti, ad esempio, a Cuneo, Milano, Desenzano, Sirmione, Vicenza, Firenze, Viterbo e Spoleto. Per le mie ricerche storiche, durate quasi tre anni, ho dovuto recarmi in Francia e reperire il materiale negli archivi francesi, dato che in Italia non vi era praticamente quasi nulla da leggere anche per quanto riguardava il catarismo italiano. Ma l'idea di scrivere un romanzo sui catari mi è "apparsa" solamente dopo aver terminato le ricerche storiche che avevo intrapreso per una mia necessità culturale e interiore. L'aver raccolto un'incredibile quantità di materiale storico fatto di volumi, riviste, saggi, e l'aver constatato che tale materiale affascinava chiunque ne veniva a conoscenza, mi ha spinto a divulgarne la notizia attraverso la forma del romanzo. Ho voluto infatti fa conoscere il bagaglio di umanità, di spiritualità, di verità che, tra l'altro, collegava i catari al cristianesimo delle origini e agli Esseni; ho voluto descrivere un popolo folgorato da una religione viva, autentica, pura, "catharos". E' stata comunque una grande fatica, poiché la composizione di un romanzo storico obbliga a un'attenzione continua, nella forma, nell'invenzione, nei collegamenti… si possono facilmente commettere degli errori clamorosi nella descrizione delle vesti, del cibo, dei viaggi, e occorre trovare una coerenza stilistica della narrazione, che deve aiutare il lettore a immergersi in quell'epoca, con quel linguaggio, con quel "sapore" che rende tipico un secolo, e lo differenzia dagli altri. Fortunatamente, dopo nove anni di lavoro, tantissimi lettori hanno subito recepito il mio messaggio, persone che evidentemente avevano bisogno di ricontattarsi al messaggio e al ricordo del catarismo: nel giro di appena sei mesi sono state realizzate tre ristampe e, tra l'altro, con due diverse case editrici: le Edizioni il Punto d'Incontro, i miei editori, e l'internazionale Hachette, che ha comprato il romanzo per riproporlo in una collana di testi storici per le edicole italiane. Ho ricevuto anche molte lettere di ringraziamento per quello che avevo scritto, per le emozioni che avevo trasmesso e per la storia di Jordan Viach e del suo popolo. E questa è stata una delle cose che più mi hanno gratificato in assoluto. Termino ricordando che Rudolf Steiner, Gurdijeff, e molte altre guide spirituali, conoscevano bene il movimento ereticale dei catari e lo stimavano un'esperienza fondamentale per l'anima umana. Del resto, come disse l'ultimo cataro bruciato sul rogo nel XIV secolo, un tale Belibaste, "il lauro risorgerà tra sette secoli": e in verità pare che da un trentennio circa, a partire dalla Francia, il movimento cataro stia attraversando una fase di grande riconoscimento e che negli ultimi anni, finalmente, se ne cominci a parlare anche in Italia, una nazione che è stata attraversata, per tutto il XIII e XIV secolo, da un'infinità di sette ereticali.
Il tuo è indubbiamente un romanzo atipico, direi quasi terapeutico e spirituale. Che idea ti sei fatto della spiritualità, ritieni che nel corso dei secoli sia diventata più praticabile?
Indubbiamente quando l'umanità si trova ad affrontare crisi e difficoltà a livello planetario (come in questi anni in cui vediamo troppe guerre, pestilenze e catastrofi), le Forze di Luce aprono maggiormente i "rubinetti" della conoscenza spirituale, in modo tale che gli esseri umani interessati alla "salvezza" vi possano attingere più facilmente. |