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Intervista a Franco De Stefani


Intervista a Franco De Stefani, autore del romanzo "Luce nera".


Come ha iniziato a scrivere?

Ho sempre avuto facilità a scrivere, fin da ragazzo. La professione che svolgo, giornalista radiofonico e televisivo, ha probabilmente affinato terminologia e capacità di rendere visibili le scene descritte. La spinta a scrivere romanzi mi è venuta relativamente tardi, la prima stesura di Luce Nera infatti risale al 2005. Mediamente, tra ricerche e prima stesura, impiego circa otto, nove mesi a completare un racconto. Adoro scrivere, perché io per primo non so mai che cosa ne uscirà. Mi spiego: l'idea iniziale di solito viene da uno spunto qualsiasi, sia esso una notizia, o una carta antica, o un manufatto, o ancora una situazione. Da qui parto, ma il resto viene fuori da sé, a volte non riesco nemmeno a seguire una griglia di punti perché le situazioni si sviluppano da sole, e su di esse svolgo le mie ricerche per dare un minimo di credibilità storica al testo. A mano a mano che questi 'input' si accendono, scrivo in breve i soggetti per non dimenticarli. Ognuno di essi rappresenta uno 'Stargate' nel quale io cado quando li rileggo, e trovo tutto lì quello che poi verrà scritto. A tutt'oggi ne ho una decina, pronti a essere sviluppati per divenire altrettanti romanzi. Forse può essere una curiosità il fatto che la prima stesura è sempre fatta con una penna stilografica: l'uso del computer viene dopo, perché non mi permette di lasciar fluire fuori quello che deve essere raccontato. La stilografica mi impone di rallentare, perché c'è bisogno di un tempo fisico per scrivere, permettendo alle cose di emergere. Un'altra curiosità può essere che non ho bisogno di un luogo privilegiato, o di particolari condizioni per scrivere: posso farlo al lavoro, a casa, dovunque mi possa capitare, riprendendo da dove avevo lasciato senza problemi, come avessi semplicemente messo un punto ed avessi lasciato in stand-by la pagina. Per me scrivere è gioia, serenità, anche se nei miei scritti si trovano male e dolore. Penso che sia una delle cose belle della vita, a differenza di certi scrittori che sentono come un peso questa qualità, con contraddizioni e quant'altro. Non sopporto quelli che si danno un tono perché scrivono (questo vale anche per altri settori). Penso che il nostro compito sia dare delle indicazioni, delle risposte, e non ulteriori domande, spesso vertenti sul sesso degli angeli. E le indicazioni, per quanto relative possano essere, si devono trovare anche in prodotti di evasione, come in un romanzo. Ci si dimentica troppo spesso che l'apprendimento, la valutazione, anche il rigetto di un'idea sono direttamente proporzionali al divertimento, alla passione. E allora perché rendere sempre tutte le cose difficili? Quelle semplici sono più facili da portare a termine e danno anche soddisfazione. Nei miei romanzi cerco di dare svago al lettore, ma nello stesso tempo punti sui quali poter far leva. All'origine di tutto è quello che ci rende divini, ma che nel contempo ci danna: la scelta.

Perché ha scelto di scrivere proprio un romanzo giallo? Da dove arriva la passione per questo genere (anche se tinto di sfumature di mistero)?

Ho deciso di scrivere un romanzo giallo perché, anche se è un tema antico come il mondo, mi affascina la lotta tra il bene e il male nelle sue mille sfaccettature. Luce Nera è figlio di una notizia di cronaca, che ha fatto scattare la scintilla. È vero che in Giappone si ripresenta di tanto in tanto il problema dei suicidi collettivi, tre o quattro persone che si tolgono la vita insieme. Da qui è partita la trama. Il giallo mi ha sempre stimolato, perché non si sa mai la ragione da che parte stia, chi sia veramente il 'buono' della situazione, in quanto il male fa parte della nostra vita di ogni giorno. Non occorre, dal mio punto di vista, che vi sia un omicidio o efferati delitti: male sono anche le pressioni indebite sul posto di lavoro o l'arroganza del potente di turno, situazioni che ci fanno sentire la stretta allo stomaco. Il piccolo, banale male di ogni giorno di ogni vita vissuta. Questo si può raccontare in un giallo senza dover per forza salire sul pulpito, dando una voce di speranza, nsegnando a poco a poco l'abitudine a non farsi condizionare, a ragionare con la propria testa. È questo che, in fondo, vorrei restasse dei miei lavori. La passione per questo genere deriva dal fatto che amo questo tipo di racconti, siano in forma di libro o di film. Mi piace l'adrenalina, la ricerca di una soluzione, la spinta anche emotiva che si ritrova in essi. La sfida con l'altro che molto spesso diventa una guerra con se stessi. La conoscenza è la base di tutto, soprattutto la conoscenza di sé. La sfida tra bene e male diviene così una guerra di intelligenza, di sensibilità, di sapere, dove la parte 'interna' supera quella 'esterna'. Questa tensione è per me stimolante, quando scrivo. È una porta che può condurre a chissà quale realtà alternativa, ogni volta diversa. Riguardo al mistero, è uno dei catalizzatori dell'attenzione dell'uomo. Mistero è fascino, anche se è un pericolo. È il non conosciuto, la scoperta, quello che accende la curiosità. E io sono curioso.

Chi sono i suoi modelli, i suoi autori preferiti?


I primi che mi vengono in mente sono Richard Harris, per la sua caratterizzazione di Hannibal, Clive Cussler per le ambientazioni, Richard Patterson per la capacità di descrizione e di tenere alta la tensione, Ian Fleming per il cambio di scena e la ricchezza dei particolari, Arthur Conan Doyle per il sapore 'british'. Adoro l'Agatha Christie di Hercule Poirot, mi piacciono George Simenon e la sua creazione, Maigret, forse un po' triste, ma a mio modo di vedere il numero uno assoluto è Raymond Chandler, per il modo in cui racconta la storia. Loro, attraverso i loro lavori, mi hanno dato il metro di misura per ciò che io intendo raccontare, per come farlo, tutto il resto è farina personale. È chiaro che non c'è confronto, ma fare un paragone mi fa capire se il lavoro è buono o no. È un confronto del tutto personale.

Da dove è scaturito il suo interesse per la cultura giapponese? Come l’ha coltivato?

 Il mio interesse per la cultura giapponese viene da lontano. Mi ha sempre affascinato la complessità del loro modo di vedere il mondo, a volte esattamente agli antipodi rispetto a come lo viviamo noi. La filosofia di vita, il disprezzo della morte, il contatto diretto con il tutto, l'essenza ultima delle cose che dà significato a tutto il resto… potremmo andare avanti per molto. È stato a causa di questo che ho iniziato tanti anni fa a praticare arti marziali, nello specifico Aikido e Ju Jutsu, che mi hanno aiutato a capire il modo di pensare giapponese, affinato ulteriormente dal mio approccio allo Zen, maturato anch'esso in quel periodo. Questo ha portato, nel corso degli anni, a impostare la mia vita in modo completamente diverso da com'ero stato cresciuto. L'attenzione totale al momento presente (il famoso 'qui ed ora') modifica la nostra vita e quella di coloro che ci sono accanto e ci fa capire che il tempo non esiste. L'interesse è stato coltivato con libri, libri, ed ancora libri e qualche buon maestro. In Occidente non è che ve ne siano molti, purtroppo, ma l'incontro con un maestro di Aikido giapponese è stata la scintilla che mi ha portato allo sviluppo. Nella mia biblioteca, che attualmente si aggira intorno ai millecinquecento volumi, saranno un centinaio abbondante quelli che parlano di filosofia, arti marziali, poesia (haiku), cerimonia del the, metodi di respirazione, sviluppo dell'energia, tecniche esoteriche, Zen e Shinto. Pochi, se si tiene conto che ho avuto bisogno di vent'anni per metterli insieme. Quello che colpisce è la loro tensione morale, la conservazione delle proprie radici anche se proiettata nel futuro, il rispetto per la persona. A mio modo di vedere, tutte cose che da noi mancano. E che a me mancavano quando ho deciso di iniziare la mia ricerca. Questa passione è divenuta un modo di vita che seguo tuttora, mi ha dato bilanciamento e serenità.

Come è nata l’idea di fondere la cultura europea e quella orientale nel suo romanzo?


L'idea è nata da una constatazione. Leggendo, ho notato che tutti i grandi scrittori di gialli, siano avventurosi o sanguinolenti, si occupano di un tema per volta. Bello. Però ho pensato che si poteva far meglio, che si potevano fondere dei temi apparentemente agli antipodi in modo logico e avvincente. Ho pensato di spostare un po' più in là l'asticella della difficoltà per chi scrive. Inizialmente è stato un esperimento, poi ho visto che la cosa mi piaceva e che coinvolgeva anche me. È chiaro che bisogna avere una conoscenza dei temi che si vanno ad affrontare per tentare di stabilire un nesso comune che soddisfi l'imperativo della logicità. Ogni volta che inizio la stesura di un nuovo romanzo mi piace giocare con i due o più temi che farò incontrare, girarli, rigirarli, per vedere se una delle mille loro sfaccettature può essere compatibile con l'altra. Se poi ci mettiamo anche un po' di mistero, qualcosa poco conosciuto o fondato su teorie e interpretazioni, il piatto è pronto. In sintesi io scrivo quello che mi piacerebbe leggere, e quando finisco la stesura sono già soddisfatto del mio lavoro. Vederlo pubblicato è una gioia in più ed anche la conferma che il lavoro è stato fatto bene, e questo fa molto gioco alla mia autostima (notoriamente non ai massimi). Penso di essere fortunato ad avere questa facilità di scrittura che permette alla mia creatività di esprimersi, di creare delle storie, di rendere forse un po' meno pesante la vita del mio lettore, di fargli arrivare qualcosa del mio modo di vedere il mondo che possa aiutarlo nella vita di ogni giorno.

Da dove ha tratto ispirazione per i suoi personaggi? Perché spesso nascondono conflittualità e passati oscuri e dolorosi?

Ahimè, nessuna ispirazione. Dentro a Luce Nera sono solo due i soggetti reali, i miei due gatti. Uno è Max, il Maine Coon black tabby, l'altro è Theo, il gatto europeo rosso che purtroppo ci ha lasciato. I vari protagonisti, e le figure di contorno che danno vita al racconto, sono venuti fuori da soli. A mano a mano che li descrivevo li vedevo davanti a me, e vedevo le loro vite. Non ho aggiunto assolutamente nulla a quanto avevo davanti agli occhi mentre scrivevo. Come ho già messo in evidenza, a me capita che i racconti vengano fuori da sé, questo vuole dire che io mi vedo come un semplice tramite tra la storia che vuole essere raccontata ed il foglio di carta. Questo mi affascina ma mi lascia anche un po' perplesso, perché non so mai dove si vada a finire.. È mia intenzione mettere dei punti di luce sempre nell'arco dei miei racconti, in modo che il lettore possa tirare ogni tanto un po' il respiro. Luce Nera è un romanzo che può venire letto a più livelli. Quello più logico è naturalmente il racconto, poi, volendo approfondire, ve ne sono vari altri. Si può trarre ispirazione in alcuni punti per mettere ordine e migliorare la propria vita, o semplicemente per viverla meglio; si può far leva su altri punti per le tecniche delle arti marziali; oppure si può andare ancora più a fondo, ma questo lo lascio scoprire ai lettori. I miei personaggi nascondono conflittualità e passati dolorosi semplicemente perché sono umani. Nella vita di ognuno di noi vi sono vari tipi di ferite, alcune si sono rimarginate e non hanno lasciato traccia; altre si sono rimarginate ma hanno lasciato la cicatrice; in altre la cicatrice ogni tanto si riapre; ed in altre ancora invece la ferita non si chiude. Queste ultime sono le più pericolose perché ti mangiano dentro e ti uccidono. Al di là del nome, le varie figure che compaiono sono noi, con il nostro carico di dolore, di scelte non fatte e rimpiante, di scelte sbagliate, di errori, di cose belle: quello che ci rende unici. Il mio tentativo è di far entrare in empatia il lettore con il personaggio per aiutarlo ad uscire dall'impasse nella quale potrebbe trovarsi. Il raggio di luce c'è sempre, anche nel momento più buio. Per questo dicevo prima che Luce Nera è un romanzo che può dare delle indicazioni; la chiave di tutto è la scelta: tu devi essere conscio della scelta che puoi o devi fare e devi farla in piena coscienza, prendendoti la responsabilità di quello che ne potrà uscire, sia positivo che negativo. Il cambiamento  però deve partire da dentro di te e venire sostenuto. Tutto qua: conoscersi e accettarsi. Responsabilità. Coraggio. Al di là di quello che succede nel romanzo, il mio è un messaggio di luce. Ma bisogna ricordare che anche nella luce vi è un po' di oscurità.
Pubblicato: martedì 28 giugno, 2011.

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