È nato circa una quindicina di anni fa, risultato di una ricerca di quella saggezza esoterica ancestrale che sotto il travestimento umoristico prende la forma della sagacia popolare con le sue burle-insegnamento dal potere metaforico e nutritivo, che mobilitano le risorse positive della persona. Le parole dei racconti si rivolgono a chi le legge con l’intenzione di liberare il lettore dalla sua mente critica, per trasmettergli un’allegria sacra. Il libro rimase qualche anno nel cassetto, poi venne pubblicato undici anni fa da un editore riminese, Panozzo, con un buon riscontro di lettori. Scaduto il contratto editoriale, Alejandro Jodorowsky, della cui amicizia l’invisibile legge d’attrazione m’ha fatto dono sul set cinematografico dell’ultimo film di Franco Battiato, mi ha entusiasticamente sollecitato a ripubblicarlo e si è prestato a scriverne una breve presentazione. Ed ecco questo libro nuovamente tra noi.
Cos’è quella che lei ha definito “Via dell’Umorismo”?
È un metodo psicopedagogico che impiega materiale metaforico, tra cui parabole e leggende, anche umoristiche. Questo tipo di metodologia la definisco anche “terapia della narrazione”. Mi servo di diverse storie didattiche utili come “fattore spiritualizzante” e capaci di dischiudere la comprensione di ciò che in genere sembra incomprensibile. Attraverso una comunicazione metaforica e umoristica si può meglio invitare l’interlocutore o il lettore a volgere lo sguardo dentro se stesso. L’umorismo contiene la possibilità di raggiungere una nuova organizzazione affettiva dell’esperienza e nuove premesse per la codificazione dei nostri pensieri e di aspetti significativi della nostra quotidianità di cui non ci accorgiamo proprio perché li abbiamo sempre sotto gli occhi. È un fattore che ci rende più lucidi. Tutto ciò nella consapevolezza psicopedagogica indirizzata ai processi ‘dell’emisfero destro del cervello’: nelle parabole umoristiche si trova la chiave dei moti di cambiamento; per innescarli non è necessaria tanto una migliore comprensione logica o razionale del mondo quanto piuttosto un diverso atteggiamento emozionale nell’immaginare il mondo. In tal modo si ha un salto di livello. Perché i problemi non possono essere risolti nel medesimo livello di pensiero che li ha creati. L’ha detto Einstein.
Quali sono le fonti delle sue storie? Prima ha parlato di “sagacia popolare” e di “saggezza esoterica”.
Le fonti delle 101 burle spirituali sono le più disparate; le ho raccolte durante i miei numerosi viaggi perlopiù in Oriente. Ma la cosa curiosa è che diverse storie suoneranno familiari al lettore, perché sono storie che, sotto diversi travestimenti, solcano i cieli dello spazio, del tempo e delle culture. Non è infatti un caso, in tal senso, che questa raccolta di burle sia permeata della presenza della figura di Mullah Nasruddin, il Saggio dei Saggi, il leggendario maestro bizzarro pressoché presente in ogni tradizione culturale sia che si chiami Effendi Nasreddin, come in Cina, che Abu Nuwas in Siria, o Giufà in Italia e così via, di travestimento in travestimento. Nasruddin è come una sorta di specchio magico in cui si può riflettere e vedere la realtà essenziale di se stessi.
Perché ha scelto di adattarle?
Le ho rielaborate in accordo con i tempi e i luoghi, perché sono storie-nutrimento. Poiché la funzione di un nutrimento è quello di essere trasformato, non di lasciare tracce inalterate, io ho riscritto queste storie in modo che fossero digeribili dalla mente contemporanea occidentale. Una semplice traduzione non avrebbe reso giustizia agli intenti didattici e psicopedagogici di questo materiale narrativo, mentre l’adattamento alla vita quotidiana e ai problemi dell’uomo del nostro tempo soddisferà certamente le aspettative di ogni sincero ricercatore spirituale.
Parla di questo libro come di un testo didattico. Senza svelare troppo al lettore, cosa intende comunicare?
È un testo didattico nel senso del sanscrito dish, “indicare” (da cui deriva il greco didaktikos), che dunque “mostra” nuove prospettive da cui osservare il mondo. Chiaramente ciò è fatto indirettamente, senza che il lettore si renda subito conto di ciò che desidero comunicargli. È una sorta di “benefico imbroglio”, uno stratagemma che attraverso il riso che suscita la storia letta o narrata riesce a eludere le sue resistenze e agire sulla componente affettiva della sua personalità. In tal modo, è possibile giungere in quella zona della personalità che, da un lato, vuole fare nuove scoperte, ma dall’altro, vuole anche difendersi da tali scoperte. C’è una parte in noi che vuole imparare e un’altra che non lo vuole affatto; c’è una parte che vuole risolvere i propri problemi, un’altra che desidera conservare i problemi che ha, come se vi ci fosse “affezionata” e non volesse affatto risolverli. D’altronde questo schema di idee è costato anni di costruzione, è andato in onda nella mente così tante volte che ciò che viene percepito come non in sintonia con ciò che si ha già in mente viene rifiutato in automatico, poiché ci si sente più a nostro agio con la vecchia “trasmissione” vista e rivista per tanti anni. In altre parole ancora, una parte desidera smettere di soffrire, un’altra non è disposta in alcun modo a pagarne il prezzo, ossia a trasformarsi, a cessare di vedersi in funzione delle sue “amate” sofferenze e modificare profondamente la relazione con se stessi, con gli altri e con il proprio passato. Per questo è necessario un “benefico imbroglio”. E l’umorismo adempie bene anche a questa funzione.
C’è una storia in particolare a cui è legato?
Amo molto la storia più breve del libro, intitolata Niente è come sembra (detto attribuito al Buddha). È questa:
Quello che era considerato lo scemo del villaggio se ne stava seduto sopra un muretto ai bordi della strada a pescare dentro un secchio d’acqua. Giunse nei paraggi il dotto del paese, che con aria di superbia sghignazzò: “Ehi tu!, razza di scemo, oggi quanti hanno abboccato?”. “Non molti, Eminenza. Voi siete il primo!”.
Sembra semplicemente una simpatica barzelletta, ma è anche qualcosa di molto di più. È uno spostamento di livello, un depistaggio cognitivo, lapidario. Nel breve commento che precede la storia, come per tutte le altre, offro un piccolo input.
Lei, studioso di civiltà orientali, è anche autore di numerosi libri di successo (tra cui I 36 stratagemmi, Il dito e la luna, Sanjiao, ed. Il Punto d’Incontro). Cosa l’ha spinta a scrivere anche per il grande pubblico?
Mi ha spinto la convinzione di trovarci in un momento cruciale della storia della psiche umana, un momento in cui l’immaginazione diventa il metodo di elezione e l’analisi psicologica applicata empaticamente diventa più importante dell’obiettività scientifica privilegiata in passato. I modelli di pensiero proposti dalle antiche civiltà orientali sono un potente stimolo evolutivo per la mentalità poco immaginativa che serpeggia oggi per le strade, mentalità che mortifica l’intelletto e lo menoma col terrore e con la sclerotizzazione che i sistemi economici disseminano in giro per ridurre l’umanità a uno stato di perenne infantilismo, per renderla facilmente controllabile. La sfida del nostro tempo è immaginare il reale. È in questione il potere dell’immaginazione, una sorta di ri-evoluzione interiore! Questa è la ragione per cui ho deciso di scrivere per il grande pubblico.
La preghiera è una comunione dell’umano con il divino. Che la nostra preghiera nasca dall’amore, dalla gratitudine e dall’ispirazione, oppure dalla paura, dallo sconforto e dalla disperazione, parliamo da cuore a cuore con lo spirito divino. Nella preghiera mettiamo a tacere tutte le voci che parlano nella nostra testa spiegandoci perché qualcosa è impossibile, e apriamo un canale diretto con la nostra fede. Quando preghiamo usiamo la voce umana, ma ci allineiamo con la voce del nostro cuore e del nostro spirito, ed è questo che rende la preghiera potente.
Una volta un filosofo andò da un maestro zen e gli domandò: “Qual è la via?”. Il maestro guardò le colline davanti a lui e rispose: “Queste colline sono molto belle!”. Deluso e frustrato, il filosofo se ne andò e il maestro scoppiò in una grande risata.
Un saggio sufi, che conduceva una vita semplice e meditativa, ricevette la visita di un gruppo di pellegrini.
"Vogliamo risolvere i nostri problemi esistenziali ed essere felici!", dissero. Ma erano talmente litigiosi e indisciplinati che ognuno voleva parlare per primo.
"Il mio problema è più importante del tuo!", incalzò uno.
"Macché, il carico di infelicità che mi porto sulle spalle è maggiore del tuo!", sbottò un altro. E così via finché non ne nacquero alterchi e una gran confusione.
Dall’altro lato dell’equazione genitori-figli, dobbiamo essere svegli nella consapevolezza del potere che esercitiamo sui nostri figli. Conoscendo questo potere, è necessario essere vigili sulle nostre scelte genitoriali. È di vitale importanza che, da genitori, offriamo dei rinforzi positivi ai nostri figli ogni giorno: diciamo loro che sono fantastici, che hanno qualcosa di prezioso da dare, che sono gli attori – e i registi – della propria vita. Tutto comincia in famiglia.
Il “canto della notte” Navajo, con la sua cosmogonia, affascina a causa degli elementi simbolici e dei pregi artistici presenti nei suoi versi. Scopo della preghiera è la creazione rinnovata del concetto di salute, armonia e bellezza. Il termine Navajo “Hózhó”, di solito tradotto letteralmente come “bellezza”, significa molto di più: benedizione, realizzazione, appagamento, felicità. In una parola, insomma, significa tutto ciò che è bello, buono e ciò che è bene; anche il fatto di essere conglobato all’interno di un universo intatto.
Riguardo all'autore del Tao Te Ching, Lao-tse, non c’è praticamente nulla che si possa dire. Quello che resta di lui è il suo libro: il classico manuale sull’arte di vivere, scritto in uno stile di sorprendente chiarezza, radiante di umorismo e di grazia e di buon cuore e profonda saggezza: una delle meraviglie del mondo.
Alle persone di tutto il mondo
Per favore mandate le vostre preghiere di amore e gratitudine all'acqua della centrale nucleare di Fukushima, in Giappone! Dopo il devastante terremoto di magnitudo...
Prima dell’arrivo di coloni e missionari, in America esistevano centinaia di tribù, clan e popoli dalle credenze e dai costumi più svariati. Anche se le loro culture erano differenti, tutte le loro forme di spiritualità erano radicate nell’animismo: credevano che l’universo fosse popolato da spiriti che animavano ogni forma di vita naturale, piante, animali, uomini, e anche terra e acqua. Ogni cosa era abitata dalla divinità. La cultura nativa americana è sopravvissuta attraverso i secoli agli spostamenti e all’assimilazione, e in questo periodo le loro storie e i loro miti sono state tramandati oralmente di generazione in generazione, rifiutandosi di morire. Questi racconti ci tramandano ancora oggi un messaggio comune e senza tempo di pace e armonia con la natura (che appare come un tema attualissimo) e sono una testimonianza della forza vitale che sta dietro ogni identità spirituale: mantenendo viva la cultura nativa americana possiamo continuare a imparare qualcosa sul mondo in cui viviamo.
Nel 1943, Jean Dunn raccolse una serie di risposte date da Ananda Moyi Ma ai suoi discepoli e a chi veniva a interrogarla. Ecco ciò che disse a proposito del tendere dell'uomo verso il divino.
Nel 1947 la salute di Ramana Maharshi cominciò a deteriorarsi. Quando i medici gli suggerirono di amputare il braccio al di sopra di un tumore canceroso, Ramana rispose con un sorriso:
“Non c’è bisogno di allarmarsi. Il corpo stesso è una malattia. Che abbia la sua fine naturale. Perché mutilarlo? Un semplice bendaggio sulla parte malata sarà sufficiente”.