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Intervista a Luciana Coèn



Come si è avvicinata alla scrittura? È una passione che ha sempre coltivato o che è emersa strada facendo?

Ho cominciato a scrivere con una certa continuità quando avevo 12 anni, sotto forma di diario, da cui ho spesso preso spunto per racconti e per scritture più ampie e articolate. Ho alternato prosa e poesia e l’unico libro che ho stampato (a mie spese) è stato appunto una raccolta di poesie. È una passione e un dono che mi piace coltivare, che mi aiuta a esprimermi, visto che ho più difficoltà nel parlare che non nello scrivere. Mi affascina e mi soddisfa riuscire a trasmettere ad altri le mie emozioni e mi piace provare scritture diverse, soprattutto nella poesia. Mi sorprende sempre (sono una lettrice appassionata) scoprire come uno stesso sentimento sia espresso in tantissimi modi, così se riesco anch’io a dare il mio contributo, ne rimango colpita e ammiro sempre più la capacità dell’uomo e della sua intelligenza di avere tanti modi per esprimersi.

Quali sono ora i suoi progetti come scrittrice?

Mi piacerebbe intanto pubblicare quello che ho raccolto negli anni; ho due progetti in testa, piuttosto complessi, che nascono comunque da esperienze reali. La mia scrittura parte sempre da un qualcosa di autobiografico o comunque di vissuto, riconosco che non ho fantasia né potrei scrivere solo basandomi sull’immaginazione.

Per raccontare la sua esperienza lei ha usato la forma del diario. Da cosa è stata determinata questa scelta?


La forma del diario è la mia prima forma di scrittura, che continuo a usare perché ho bisogno di fissare quello che vivo, mi aiuta a oggettivare e a rielaborare la mia vita e quello che mi succede. Inoltre mi piace rileggermi e vedere come si è modificata nel tempo la scrittura e la mia visione della vita, il modo di affrontarla. In questo senso la scrittura è terapeutica, ridimensiona i fatti della vita, toglie quella patina di eccessiva drammaticità che spesso accompagna alcuni eventi traumatici, aiuta a trovare una lettura dell’evento meno emotivamente impregnata, come è invece l’evento appena lo si vive.

Ha parlato più volte di “scrittura terapeutica”, vissuta anche come un modo per superare le ansie e i momenti difficili. Pensa che questo libro e questa sua esperienza possano aiutare altre donne che si trovano ad affrontare la sua stessa malattia?


Credo di sì, per lo meno me lo auguro. In questo senso il libro è un dono, perché non sempre si riesce a esprimere quello che si prova, si ha timore di dire alcune sensazioni, si evita di parlarne perché può essere più doloroso che non stare zitti. Ma leggere di sentimenti provati da altri può aiutare a condividerli, a riconoscerli e a non aver paura di esprimerli. Il desiderio è anche quello di non rimanere “passivi” di fronte alla propria malattia, ma di trovare lo spazio e la voce per contrattare con i curanti la cura e la propria vita “dopo”. Credo anche che il libro abbia un taglio un po’ diverso rispetto a quelli che sono attualmente pubblicati sull’argomento: non parlo di “lotta” né di combattimenti, parlo di un quotidiano (del resto il femminile è spesso connotato dai ritmi quotidiani) convivere con la malattia e la cura, pensiero di cui ho trovato riscontro in altre persone affette da cancro. Il riportare la malattia a una visione più “terrena” e meno trionfalistica della medicina, accompagnata da una visione senz’altro più cruda, ma più vicina alla realtà delle persone comuni affette da cancro, mi auguro aiuti le persone a non sentirsi “colpevoli” se non si vivono come guerrieri o combattenti o se la loro malattia/cura richiede tempi e approcci diversi rispetto a quelli previsti dalla medicina.

Lei è un’operatrice sanitaria, appunto, e questo ha in qualche modo condizionato il modo in cui ha vissuto la malattia, anche negli aspetti più pratici. Pensa che l’abbia aiutata o meno?

Direi che essere un’operatrice sanitaria mi ha messo più in difficoltà, perché conoscendo ciò che succede “dietro le quinte” ho notato più di un estraneo alcune pecche. Il pensiero è andato spesso a coloro che non hanno alcuna conoscenza e che si sono probabilmente trovati ad affrontare la “sanità” con maggiore difficoltà. Io in qualche modo ho cercato di difendermi e di muovermi nel miglior modo possibile, senza però sentirmi una privilegiata né avvalermi della mia posizione. L’aspetto positivo è che comprendevo i termini tecnici scientifici e medici e potevo più o meno dialogare con i curanti in modo quasi paritario.

Adesso la sua esperienza come si riflette invece nel modo in cui lei affronta e svolge il suo lavoro?


Il lavoro che svolgo negli ultimi anni nella “Sanità” è rivolto alla formazione. Ho sempre cercato di far comprendere agli allievi l’importanza del tempo e dell’ascolto riservato al malato, di quanto sia fondamentale per il mantenimento della propria identità e dignità di persona più che non la perfetta esecuzione di una tecnica. Adesso, dopo l’esperienza diretta, ribadisco sempre più questo concetto e spero di dargli più forza, aggiungendo che, oltre ad ascoltare il malato, bisogna anche credere a quello che dice, perché solo lui in prima persona ha l’esatta percezione di ciò che prova. Spero anche di riuscire a trasmettere l’importanza della “compassione” (cum pathos, sentire, soffrire insieme) come vicinanza sentita, profonda verso chi soffre, nell’accogliere l’altrui sofferenza anche solo con la presenza partecipata, con un silenzio che sia in grado di parlare senza parole. Rimanere in silenzio di fronte a tanta sofferenza e rimanere vicino alla persona è uno degli atteggiamenti più difficili da sostenere, ma spesso è uno dei pochi che aiutano veramente chi soffre: rispettare il suo bisogno di vicinanza calda ma silenziosa. Non nego tuttavia che talvolta sono tentata di abbandonare la sanità… e magari, perché no, dedicarmi solo alla scrittura!
Pubblicato: martedì 28 giugno, 2011.

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