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Intervista a Paolo Dune


Intervista a Paolo Dune, autore del romanzo "Il primo angelo".


Da dove è scaturita l’idea per questo romanzo, quella del diavolo “innamorato”?

Mi sono sempre piaciuti i contrasti, i paradossi. L’idea di un diavolo innamorato era già presente nel mio primo libro, L’attenuante 666. Qui ho voluto approfondire l’argomento, narrando questa singolare storia d’amore che attraversa i secoli tra il diavolo e la sua strega. Lei condannata a reincarnarsi ogni volta, per non trascorrere l’eternità all’Inferno insieme al suo amante; lui solitario, malinconico, inaridito dal tempo, ma anche segretamente nostalgico del paradiso. Può apparire insolito, ma ho trovato molti elementi romantici in questa idea.
 
Da dove nasce la sua ‘teologia alternativa’, la paradossale conclusione presentata nel suo romanzo?

Ricordo che fu una idea improvvisa di diversi anni fa. Avevo già abbozzato la trama del libro, quando questa idea diede una nuova direzione alla storia. Qualcosa legato ai ricordi perduti del diavolo, alla sua genesi. Immaginai che dopo millenni, Lucifero avesse dimenticato le origini delle proprie gesta e cercasse di ricostruire il suo passato. Era uno spunto suggestivo. Il bello fu che quando andai a cercare nei Testi Sacri qualche elemento, trovai, con sorpresa, numerosi passi e indizi che andavano nella direzione che avevo ipotizzato. Come in un “giallo” teologico, scavai tra le dottrine esoteriche, giungendo alla conclusione che la mia non era solo una fantasia, ma poteva realmente aver costituito il segreto di qualche eresia antica. Nel libro faccio percorrere al lettore la stessa ricerca fino alla stessa sorprendente conclusione.
 
Come crea i suoi personaggi? Che cos’hanno (o che cosa non hanno) di lei?

Di me credo che abbiano poco. I miei romanzi sono incentrati soprattutto sulla storia, e i personaggi vengono elaborati per essere funzionali alla trama, per creare quei contrasti che mi piacciono. Il protagonista de
Il primo angelo, ad esempio, è un giovane gesuita, un esorcista emotivo e un po’ ingenuo, che si innamorerà della strega e diventerà geloso del suo rapporto col diavolo, con prevedibili problemi di coscienza. A questo esorcista ho affiancato un filosofo, un tipo agnostico e indolente, il suo opposto, con cui si svolgono divertenti dialoghi. Devo dire che al gesuita sono rimasto affezionato. E poi ovviamente c’è Lucifero, che mi ha dato le difficoltà maggiori per la sua complessità, e che lascio giudicare ai lettori…
 
Chi è il suo lettore ideale?

Il mio romanzo potrebbe inserirsi nel genere del "thriller teologico", oggi di moda soprattutto tra i giovani. Ma credo che, per alcune sue caratteristiche, possa piacere ad una platea più vasta.
Innanzitutto utilizzo un registro ironico, da commedia, senza scene di violenza o di sangue. Quindi inserisco l’elemento fantastico - il diavolo - divertendomi a farlo stridere con il realismo delle situazioni e con alcune pagine di storia ben documentate. L’opera risulta complessivamente adatta a chiunque voglia svagarsi, riflettendo allo stesso tempo sulla nostra storia religiosa e sulle origini della nostra società.
 
Secondo lei la società italiana come vive la religione?

Temo che sia vittima di un rapporto contraddittorio e forse equivoco. In Italia la religione ha ormai abbandonato gli elementi di spiritualità, per puntare su una appartenenza sociale, di carattere politico. È diventata quasi una religione “civile”, uno status symbol. Pochi fedeli si interessano dei Testi Sacri o si interrogano sulla morale “divina”. Siamo l’unico Paese occidentale, del resto, che ha al suo interno uno stato confessionale come il Vaticano, e la cosa non può essere senza conseguenze.
 
Da dove nasce il suo interesse per la teologia, o meglio, come l’ha definita, per l’ “ateologia” (perché proprio questo nome?)?

Mi appassionai dell’argomento una quindicina di anni fa, per ragioni occasionali, senza immaginare che mi avrebbe occupato così a lungo. Dopo anni trascorsi a leggere Testi Sacri e Testi apocrifi, ritengo di aver acquisito una discreta esperienza. Ma non essendo propriamente credente, la definizione di teologo mi è inappropriata. Per questo ho coniato quella di “ateologo”, ossia di colui che si occupa di “ateologia”, una disciplina di mia invenzione deputata a smentire i dogmi teologici. In fondo, la mia vocazione originaria era la satira…

Infine… per lei che cos’è il diavolo?

Ovviamente non credo all’esistenza “materiale” di forze “immateriali”. È un paradosso con cui gioco nei miei libri. Da un punto di vista storico, il diavolo è solo la personificazione del nemico, la sua “disumanizzazione”. La stessa etimologia della parola Satana richiama il concetto di “avversario”. A me è piaciuto compiere un percorso nuovo. Un po’ come nei film western più recenti, quando si è smesso di raffigurare i pellerossa come cattivi. Ho cercato di cambiare il punto di vista. Ed il risultato ritengo sia interessante. Se il lettore riuscirà a “vedere” questo nuovo punto di vista, sarà un importante risultato.
Pubblicato: martedì 28 giugno, 2011.

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