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Intervista a Riccardo Merendi


Come si è avvicinato alla scrittura? Passione precoce o scelta maturata lentamente?

Fino alla fine del liceo in realtà faticavo a spuntare la sufficienza in italiano scritto… Con i romanzi cominicia nel ’98, mentre seguivo un progetto che mi lasciava molto tempo libero; poi, grazie a un agente di Milano che mi fece riscrivere il testo ben otto volte (mica correggere, proprio riscrivere!), decisi che ormai avevo investito troppo tempo per lasciare perdere… così ho continuato!
 
Cosa significa per lei scrivere?

Un bellissimo passatempo, a cui ci si può dedicare ovunque, con qualsiasi tempo e che non costa niente: molti pregi e nessun difetto!
 
Da cosa trae ispirazione per i suoi romanzi?
 
Dalle cose che vedo o che sento in giro e che mi fanno innervosire molto (e in Italia di questi tempi c’è solo l’imbarazzo della scelta), così sono sempre ben coinvolti nella storia. Poi però il risultato deve comunque essere un romanzo di intrattenimento basato sulla formula “intrigo e avventura”, quindi la “causa scatenante” si intravede appena e ai lettori che preferiscono lo svago puro può anche passare inosservata; per gli altri, potrebbe costituire un completamento del rebus.
 
Incunabolo è un romanzo storico, come le sue precedenti opere. Da dove nasce la scelta di ambientare nel passato le sue storie?
 
Il ritornello che “la storia è maestra di vita” è vecchio quanto il mondo… ma anche altrettanto falso! Lo sarebbe se non avessimo la presunzione di essere più furbi di chi ci ha preceduto e non pensassimo di essere immuni dagli errori commessi nel passato; invece bastano minuscoli cambiamenti nelle condizioni (e l’evoluzione della tecnologia, per esempio, è più che sufficiente a far sembrare il presente tanto diverso dal passato) per mascherare l’essenza dei fatti e indurre agli stessi errori: quindi cambiano i travestimenti, ma la scena si ripete.
 
La scelta del romanzo storico comporta anche l’esigenza di cercare informazioni. Nel caso di Incunabolo lei si inoltra in un campo molto specifico, quello dei testi antichi. Come si è documentato?
 
Leggendo molto, e devo ammettere che internet per questo è prodigiosa: in un giorno si trovano le informazioni che prima avrebbero richiesto settimane o mesi di ricerche, consentendo anche di contattare specialisti in tempo reale. Una volta le università (biblioteche e scuole in genere) erano i centri della cultura, oggi non è più così e il sapere è alla portata di tutti, invece... ma questo porterebbe lontano ed esula dal contesto delle domanda.
 
Infine una domanda sui suoi personaggi: l’intreccio, sviluppato tra passato e presente, vede come protagonisti due uomini, un irrequieto frate e un disincantato studioso. Da dove sono nate queste due figure?
Con chi si identifica di più? E che cos’hanno in comune?
 
Mi servivano personaggi che interpretassero la "causa scatenante" di cui si parlava prima, e chi meglio di un frate poteva vivere il tormento delle domande che sfidano la fede? E d'altra parte, chi meglio di uno studioso di testi antichi poteva mettere sotto al microscopio l'incongruenza tra apparenza e sostanza che attraversa la storia? In comune forse hanno il fatto di essere entrambi vittime del sistema che cercano di comprendere. Quanto all'identificarsi, credo che per scrivere un romanzo sia un errore fatale proiettarsi in un personaggio, mentre per farli vivere è indispensabile immedesimarsi in tutti.
 
 

Pubblicato: lunedì 09 giugno, 2008.

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