{"id":4764,"date":"2015-05-13T12:02:42","date_gmt":"2015-05-13T10:02:42","guid":{"rendered":"http:\/\/www.liberidileggere.com\/?p=4764"},"modified":"2025-05-06T13:01:03","modified_gmt":"2025-05-06T11:01:03","slug":"esci-se-ne-hai-il-coraggio","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.edizionilpuntodincontro.it\/articoli\/benessere\/esci-se-ne-hai-il-coraggio.html","title":{"rendered":"Esci, se ne hai il coraggio!"},"content":{"rendered":"<div style=\"padding-left: 80px; padding-right: 80px;\">\n<p>Mi capita spesso di risalire il versante sud dell\u2019imponente massiccio che s\u2019innalza per oltre duemila metri sopra le casette del piccolo paese di montagna dove vivo. M\u2019incammino sempre al mattino presto o forse dovrei dire ancora in piena notte, visto che alcune volte ho perfino bisogno di accendere il frontalino elettrico per scorgere il sentiero. Risalgo velocemente nel pi\u00f9 completo silenzio, non incontro mai nessuno. Passo dopo passo il cielo schiarisce e la vegetazione cambia: prima il pino silvestre, poi i mughi e infine solo la nuda roccia.<\/p>\n<p>\u00c8 mio obiettivo preciso arrivare sulla vetta prima che il sole sorga, prima che il mondo apra gli occhi e incominci a macinare. Mentre mi allontano dalla civilt\u00e0, la immagino come una serie d\u2019ingranaggi, alcuni grandi, altri piccoli, che girano e fanno un baccano che cresce senza limiti, fino a diventare insopportabile. Quando arrivo in cima mi sembra di essere sulla Luna. \u00c8 chiaro quanto basta per avanzare senza inciampare, non c\u2019\u00e8 un alito di vento e la linea dell\u2019orizzonte passa dal blu scuro al rosso fuoco in una manciata di gradi.<\/p>\n<p>Mi siedo sempre nello stesso punto, un pennacchio di roccia che sporge su un precipizio che fa paura anche ai camosci pi\u00f9 coraggiosi. Quattrocento metri di vuoto verticale che mi separano dalla prima rada boscaglia e altrettanti di foresta che corre ripida fino alle prime luci della citt\u00e0, dove inizia il lento risveglio della societ\u00e0 dei consumi, che si prepara a un altro frenetico giorno di pazzia collettiva.<\/p>\n<p>Ci vado soprattutto il luned\u00ec, per ricordare a me stesso che le scelte, quelle vere, portano lontano e non solo fisicamente. Essere lass\u00f9 prima che tutto inizi, cos\u00ec in alto da coprire l\u2019intera superficie abitata con una sola mano, mi da l\u2019impressione di poter bloccare quel flusso impazzito di macchine e corpi, di poter gridare a tutti: \u201cFermi! Non fatelo! Non vedete quello che sta accadendo? Mettetevi in salvo prima che il fiume della frenesia e della iper-produttivit\u00e0 vi travolga!\u201d.<\/p>\n<p>Dura solo pochi istanti, come quasi tutte le emozioni veramente forti della vita, e ogni volta non serve a niente. Ogni volta il lamento della societ\u00e0 cresce inesorabile, lo sento contorcersi tra il frastuono dei motori a scoppio e nel martellare delle fabbriche. \u00c8 nei milioni di voci che comunicano attraverso i telefonini e nei pianti dei figli abbandonati negli asili nido, mentre andiamo a produrre il superfluo. Rimbalza tra le mura dei palazzi e, filtrato dagli scheletri metallici dei tralicci, finisce per diventare un tutt\u2019uno: quel sordo sottofondo che ribolle, ondeggia e non ci abbandona mai.<\/p>\n<p>\u00c8 la colonna sonora della schiavit\u00f9 moderna.<\/p>\n<p>Alla fine arriva anche qui, quasi duemila metri pi\u00f9 in alto, dove i primi raggi di sole stanno gi\u00e0 illuminando le mie logore scarpe da trial e iniziano a scaldare le rocce. Laggi\u00f9 \u00e8 ancora buio, ma il motore della produttivit\u00e0 se ne frega del sole, dei cicli giornalieri; se potesse spremerci ventiquattr\u2019ore su ventiquattro, lo farebbe senza il minimo ripensamento, e alcune volte lo fa.<\/p>\n<p>Prendo il panino al formaggio, dopo mille metri di dislivello tutto \u00e8 pi\u00f9 buono, anche l\u2019umore. Mangio in fretta, il primo sole mi fa sempre venire una gran voglia di correre, stringo bene le cinghie dello zaino intorno al ventre e all\u2019addome, deve essere aderente al corpo cos\u00ec non oscilla durante le falcate. Do un ultimo sguardo alla vallata, alla citt\u00e0 che ormai galoppa a pieno ritmo e via! Corro diritto lungo il massiccio che si estende pianeggiante per dieci chilometri verso sud, nella direzione opposta alla grande citt\u00e0. Lo percorro seguendo un piccolo sentiero che in alcuni punti segna creste strettissime, una vera e propria fuga, nemmeno tanto simbolica.<\/p>\n<p>Quando si corre lass\u00f9, con la testa sgombra da tutte le inutili preoccupazioni legate alla frenesia del quotidiano, gli orari da seguire, le consegne da rispettare, l\u2019aspetto da curare, il linguaggio da moderare, \u00e8 come se ci avessero esportato un grosso sasso dalla scatola cranica, un tappo che non permetteva ai pensieri e alle domande di circolare liberamente. La fatica libera la mente, \u00e8 come se lo sforzo ci permettesse di uscire da uno stato di apnea perenne, di mettere la testa fuori dall\u2019acqua e finalmente respirare. Ecco perch\u00e9 mi piace tanto correre, perch\u00e9 \u00e8 in quella particolare condizione, lontani dal modo \u201cnormale\u201d di vivere, che affiorano le domande pi\u00f9 scomode, quelle che prima non trovavano spazio o non avevamo il tempo di porci.<\/p>\n<p>Qual \u00e8 il senso di tutto questo? Perch\u00e9 era cos\u00ec difficile comprendere che il tempo a nostra disposizione \u00e8 limitato, che nessuno potr\u00e0 mai restituirci i giorni, i mesi e gli anni che abbiamo buttando al vento lavorando come forsennati, senza un attimo di tregua, senza uno scopo. Siamo malati terminali, ci hanno gi\u00e0 diagnosticato morte certa, cosa importa se tra una settimana o quarant\u2019anni. Il tempo passa inesorabile e nessuno sa meglio di noi quanto rapidamente. Sembra ieri che andavamo a scuola e oggi ci ritroviamo genitori, con l\u2019affitto da pagare e nessuna prospettiva futura. Cosa abbiamo fatto negli ultimi dieci anni che non fosse lavorare, pagare bollette e guardare la televisione? Abbiamo realizzato qualche progetto, coltivato le nostre passioni, dedicato tempo alle persone che amiamo? Possiamo dire di essere stati veramente uomini e donne, padroni della propria vita e artefici del proprio destino o ci siamo limitati a seguire il copione che qualcun altro aveva scritto per noi?<\/p>\n<p>Ma la domanda pi\u00f9 importante, la spiazzante somma di tutti i dubbi esistenziali in cui possiamo addentrarci \u00e8 una sola: \u201cSiamo felici?\u201d.<\/p>\n<p>La prima volta che me lo sono chiesto ero quass\u00f9. \u00c8 stata la meraviglia a far affiorare quel pensiero; l\u2019incredibile energia che ho provato nel constatare che, grazie alla mia determinazione, avevo raggiunto un luogo che un anno e venti chili prima consideravo inarrivabile. Non sapevo se fosse pi\u00f9 sconvolgente realizzare di non essermi mai posto quella semplice domanda, o essermi accorto cos\u00ec tardi di essere profondamente infelice. Il raggiungimento della felicit\u00e0, l\u2019unico scopo della vita di ognuno, il traguardo verso il quale ogni giorno dovremmo far convergere gli sforzi, \u00e8 l\u2019ultimo pensiero di ogni essere umano che si definisca \u201ccivilizzato\u201d. Prima vengono i soldi, il successo e la carriera lavorativa, perch\u00e9 sono quelli i veri traguardi. Essere ricchi mentre due miliardi di individui muoiono di fame e risalire la scala sociale passando sui cadaveri dei nostri colleghi, come se il ruolo di \u201ccapetto\u201d del \u201cgruppetto\u201d fosse l\u2019unica cosa a darci una dignit\u00e0, come se fosse vita.<\/p>\n<p>Non \u00e8 l\u00ec che si fanno i conti con se stessi, non \u00e8 integrati nella societ\u00e0 che si diventa liberi, non \u00e8 la dimensione del nostro ufficio a stabilire quanto valiamo come persone. La resa dei conti si gioca quass\u00f9, spogliati di ogni carica e distintivo, soli con noi stessi, obbligati a trovare una risposta a quelle domande che ci spaventano, che abbiamo paura di pronunciare proprio perch\u00e9 sappiamo che ci condannerebbero ad ammettere che fino a oggi abbiamo sbagliato strada, che siamo dei falliti.<\/p>\n<p>Chi ha il coraggio esca della societ\u00e0 e affronti se stesso, a tutti gli altri auguro di non svegliarsi mai.<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/www.edizionilpuntodincontro.it\/autori\/francesco-narmenni.html\">Francesco Narmenni<\/a><\/p>\n<\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Mi capita spesso di risalire il versante sud dell\u2019imponente massiccio che s\u2019innalza per oltre duemila metri sopra le casette del piccolo paese di montagna dove vivo. 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